Magari è meglio aumentare l’Iva

La discussione sulle tasse è stata centrale durante la campagna elettorale e ora è difficile riprenderla, da posizioni di governo condivise con gli avversari, sottraendosi al peso di impostazioni propagandistiche. E’ invece utile farlo, magari a costo di qualche provocazione controintuitiva. Anziché calcolare l’effetto delle misure fiscali sull’elettorato di riferimento (o presunto tale) dei diversi partiti, bisognerebbe essere in grado di prevedere gli effetti generali a medio termine delle misure in discussione, per poi compiere le scelte in base a priorità economiche condivise.
21 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 05:58 | 16 AGO 20
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La discussione sulle tasse è stata centrale durante la campagna elettorale e ora è difficile riprenderla, da posizioni di governo condivise con gli avversari, sottraendosi al peso di impostazioni propagandistiche. E’ invece utile farlo, magari a costo di qualche provocazione controintuitiva. Anziché calcolare l’effetto delle misure fiscali sull’elettorato di riferimento (o presunto tale) dei diversi partiti, bisognerebbe essere in grado di prevedere gli effetti generali a medio termine delle misure in discussione, per poi compiere le scelte in base a priorità economiche condivise. La questione più urgente, collegata alla sospensione o abolizione dell’Imu, è l’aumento di un punto dell’Iva a partire da luglio, che Enrico Letta aveva dichiarato di voler evitare nel corso delle dichiarazioni programmatiche. Un aumento che va anch’esso esaminato da un punto di vista generale. L’inflazione resta molto bassa, il che significa che l’aumento dell’Iva non avrebbe un impatto particolarmente pesante. Vale la pena di sottrarre risorse che potrebbero essere indirizzate a rianimare il settore produttivo, per evitare un maggior costo per le famiglie che persino Confcommercio calcola in una decina di euro al mese?
Durante il dialogo con Alberto Bisin pubblicato dal Foglio lo scorso 17 maggio, il viceministro del’Economia Stefano Fassina ha avanzato l’ipotesi – poi ripresa in altri suoi interventi sul Corriere della Sera e sull’Unità – di finanziare i due miliardi che sono necessari per evitare l’aumento del punto di Iva mantenendo l’Imu, ma solo sulle abitazioni di pregio o di lusso. E’ un’idea redistributiva, che può dare qualche soddisfazione soprattutto a sinistra, ma che non risponde alla domanda di fondo: se oggi sia più utile spalmare le poche risorse per alleviare (purtroppo di pochissimo) le difficoltà delle famiglie, o concentrarle nello sforzo di riattivare il circuito produttivo, pagando i debiti alle imprese e riducendo il cuneo fiscale soprattutto per i giovani e gli apprendisti.
Se si prova a porre questi problemi in modo realistico, si rischia di passare per cinici. Anche per questo si sentono tanti discorsi in cui si affastellano promesse di riduzioni fiscali in tutte le direzioni: discorsi che vorrebbero apparire generosi, ma che in realtà puntano a lasciare ad altri la responsabilità e la difficoltà di scelte comunque pesanti per qualche categoria di interessi legittimi. Uno dei vantaggi di cui dovrebbe godere una coalizione tra diversi è quella di sottrarsi alla logica punitiva delle azioni di redistribuzione, che sono tanto più efficaci e tollerabili quanto più appare centrale l’obiettivo della crescita, che, se si realizza, va a vantaggio di tutti. C’è da sperare che, al di là dell’enfasi propagandistica esibita all’esterno, nel confronto interno all’esecutivo questa logica si affermi come quella decisiva.